Alessandro Sicilia

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La Luna

La luna, stasera, ha deciso di farmi compagnia. Lo ha fatto in modo insolito, ma lo ha fatto. Affogavo la solitudine nelle volute dense del fumo di una sigaretta, la frescura del marzo mediterraneo mi scompigliava i capelli. Capelli lunghissimi, folti come non li avevo mai portati. Il caso volle che il martedì in cui mi decisi a tagliarli, i parrucchieri della città stessero abbassando le serrande: «Per chissà quanto tempo», continuavo a ripetermi. Come un mantra folle, come se qualcuno avesse tagliato una delle mie fibre nervose.

Lo sentivo nella mia materia bianca, una sorta di schizofrenia catatonica che mi aveva bloccato lì, così, per caso, ad un tratto, a fissare la serranda metallica del mio parrucchiere, ormai abbassata. Fu in quel momento che mi accorsi di essere immobile in una posizione incomoda. Fu in quel momento che capii che qualcosa stava cambiando, irrimediabilmente. La luna era lì, ignara o forse cosciente, a compiere il suo eterno moto assieme alla terra. Era lì e non me ne ero accorto. «Com’è possibile?». Sorpresi come in un assalto quest’altro pensiero che mi fluttuava nel liquido aracnoideo da chissà quanto tempo. «Quanto tempo». Non c’era modo di uscirne indenne. Mi resi conto, in un abbaglio di lucidità, che non c’era modo di uscirne intatto. Avrei dovuto rinunciare a qualcosa se avessi voluto salvarmi da quell’impasse della Vita. Proprio io, sì, proprio io che avevo creduto sin dai tempi della mia prima attività razionale di essere attento al minimo particolare; proprio io mi stavo accorgendo che mi ero dimenticato la Luna. Ma lei era lì, c’era sempre stata o almeno era questo il ricordo che di lei avevo fin da quando mia madre me la indicava nelle sere calde d’estate ed io la fissavo incantato per minuti interminabili e pensavo, pensavo a quanto mi sarebbe piaciuto vedere il suo lato nascosto, la sua faccia rubata alla mia vista indagatrice. Eppure, quella sera, quel tredici marzo venti-venti, alla luna, io, non ci pensavo affatto.

Erano da poco passate le ventitré, avevo appena controllato le ultime notizie sul mio fedele computer e avevo deciso di inondarmi i polmoni con quel fumo angusto e grigio, per l’ennesima volta. E fu così che la vidi, l’occasione fu una sigaretta. E chissà quanti altri eventi una sigaretta avrebbe potuto generare se i Poeti d’un tempo avessero potuto saggiarla. In quel marasma di pensieri, in quell’oceano denso come la pece, la vidi. Ne ebbi paura, sapete. Me ne spaventai come non mi era mai successo. Certo, non sono mai stato l’esempio dell’uomo impavido, questo no; pensate che alla vista d’un ragno sarei capace di scalare un albero senza ramponi. Ma me ne spaventai per il suo aspetto: era vestita di Solitudine. «Da quanto tempo?». Sapete, il momento delle rivelazioni non è quasi mai piacevole, non è come nei film, no, affatto. A meno che non si tratti di serendipità, le rivelazioni sono quanto di più doloroso un Uomo possa sperimentare. Non mi ero mai accorto della malinconica solitudine della Luna, perché io, solo, non c’ero mai stato veramente. Fu quello l’inizio del mio pensare, o dovrei dire: «è questo l’inizio del mio pensare». C’è differenza, sapete, nei due modi. C’è differenza, perché l’inizio del mio pensare non fu soltanto un pensiero muto, silenzioso, lasciato all’ombra del bisbiglìo che sentiamo in testa ogni volta che riflettiamo, ma lo pronunciai, ad alta voce, sì, come se stessi parlando con il mio migliore amico della serata del sabato appena trascorso, della ragazza seduta al bancone che mi lanciava delle occhiate che forse avevo solo immaginato. Ma che importa? Cosa cambia tra la realtà e l’invenzione?

Vi starete domandando, anzi, spero che vi stiate domandando il perché di un monologo interiore, di un delirio, un vaticinio di pazzia, chiamatelo come meglio credete, mi stia attraversando così furiosamente le membra e la psiche. Ebbene, siccome domandare è lecito e rispondere è cortesia, il sottoscritto non sente il bisogno di violare l’educazione impartitagli dai suoi genitori, e vi risponderà, qualora davvero qualcuno fosse interessato a conoscere la risposta.

Quarto giorno di quarantena. Quarantena, sì, avete letto bene. Una clausura imposta dal senso morale, una imposizione democratica. Come può un’imposizione essere democratica? Una scelta piovuta dal cielo, da un cielo lontano chissà quante miglia, che avrà viaggiato per chissà quanto tempo, prima di piombarci addosso come se a Damocle, durante quel banchetto, la spada gli si fosse infitta nel cranio. Un virus, signori, sì, un virus. Qualche filamento di RNA, grande qualche micrometro, ha creato quello che può essere definito uno dei più grandi periodi di crisi della Storia Moderna. Ma l’evento più eccezionale, in tutto questo procedere alla velocità della luce, stando però fermi in casa, è che la Luna, sì, proprio lei, era sempre stata lì, ed io non me ne ero mai accorto veramente.

La mia sigaretta si era spenta, anche lei non ne poteva più delle elucubrazioni di un ventenne solo in casa, costretto a farsi compagnia con il tabacco e qualche morso a cibi precotti. Si era spenta, il vento se l’era portata via, cenere e fumo, grigiume e una miscela all’87% di gas, 5% di vapore e 8% di particelle sospese. Per aria, via, trasportato dal vento. Io, però, mi sentivo stranamente appagato. Non mi era mai successo, non con questa intensità, no.

Il mattino dopo mi svegliai all’alba, la colazione di sempre era insolitamente più gustosa, il caffè non mi sembrava più catrame colloso da lanciare sui miei villi intestinali. Due gesti meccanici che al mattino tutti compiamo, poi apro il balcone ed è ancora lì. La Luna. Ha vegliato il mio sonno. Ci siamo fatti compagnia.

Alessandro Sicilia